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Gianni Sassi, tra mainstream e underground |
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Art director di fama internazionale, ideologo, discografico,
collaboratore ed ispiratore di artisti italiani
come Battiato, il gruppo Area e Finardi, editore:
Gianni Sassi è stato tutto questo e molto di più, una
figura intellettuale di primissimo piano del panorama
italiano e non, riconosciuto come l’ideatore dei
progetti culturali più geniali degli anni ’60 - ’90.
Una personalità straordinaria ed eclettica, quella di
Sassi, scritta nelle tappe biografiche
di un’ esistenza vissuta intensamente, scandita dalle
numerose attività, a partire da quella discografica
con il gruppo Area, Finardi, Skiantos, e tutta quella
schiera di musicisti internazionali appartenenti al
movimento Fluxus (John Cage, Juan Hidalgo,
Robert Ashley, Jean-Jacques Lebel...); per poi passare
a quella editoriale, coinvolgendo il meglio degli
intellettuali di sinistra, come Umberto Eco e Nanni
Balestrini, per dare vita alla rivista Alfabeta e
successivamente al periodico La Gola, solo per
citare i primi e significativi lavori editoriali.
Negli anni Ottanta, inoltre, organizza eventi culturali,
come Milanopoesia, festival letterario ed artistico che
per dieci anni di seguito, nell’arco di una settimana,
vede esibirsi artisti e poeti di tutto il mondo. Negli
ultimi anni, infine, torna al mondo della musica,
diventando l’art director di Timoria e Gang.
Una vita quanto mai esemplare per un intellettuale
che concepiva la cultura nel suo senso più ampio e
vasto, senza restrizioni né pregiudizi, in un ideale e
continuo movimento d’interazione fra le diverse arti e
saperi, per aprirsi a soluzioni inaspettate ed originali.
Una furiosa bulimia
di Matteo Guarnaccia
Oggi pressoché dimenticato, Gianni Sassi, uno dei più brillanti
agitprop culturali attivi in Italia tra gli anni ’70 e i ’90, con
la sua furiosa bulimia organizzativa, ha influito sul clima intellettuale
del nostro paese, sprovincializzandolo e aprendo spiragli
impensabili nella progettazione artistica. Dotato di una
visione del sistema comunicativo moderno estremamente
sofisticata, ha applicato il suo sapere – e la sua umanità –
con grande risolutezza e spregiudicatezza strategica. I suoi
colpi di mano, oltre a rivelare l’inconsistenza e la povertà
dell’apparato culturale nazionale, hanno innervato nello
stesso una salutare serie di corroboranti vitamine intellettuali.
Bypassando le limitazioni della specializzazione e del genere,
si è speso nei campi più diversi, ha connesso musica, arte,
pubblicità, menagement, ristorazione, grafica ed editoria,
ponendo le basi per una piccola enclave di critica radicale,
frequentata da una lunga teoria di persone d’ingegno incuriosite
da quel prezioso esperimento. Come un armatore, particolarmente
attratto dal rischio, ha sponsorizzato i progetti più
inverosimili proposti da artisti/naviganti, condividendone scoperte
e incidenti di percorso. Impossibile qui dilungarci sulla
lunga teoria delle sue strepitose iniziative, tutte al di fuori di
ogni possibile omologazione: festival culturali e culinari
(Milano Poesia, Polyphonix), l’etichetta discografica (Cramps),
le riviste (Humus, Re Nudo, Alfabeta, La Gola), le case editrici
(Multhipla), l’agenzia pubblicitaria (Al.Sa), il lavoro di talent
scout (Franco Battiato, Alberto Camerini, Eugenio Finardi, gli
Area di Demetrio Stratos) ecc. Nei paranoici anni settanta italiani,
quelli del conformismo ideologico contestatario e della
feroce inamovibilità del potere, il suo sfrenato attivismo tra
mainstream e underground suscitava allarme e sospetto. La
calcolata ambiguità di pubblicitario militante (ma non schierato)
che giocava con l’immaginario sovversivo, il suo look
retrò con sciarpa e cappello – un mix tra il felliniano e bogartiano
– la passione per sigarette e whisky unita all’elogio della
carne di maiale (un’attitudine detestabile in un momento storico
in cui la controcultura aveva scelto come combustibili
psichici sostanze più esotiche e si intristiva nella retorica
macrobiotica naturalista) lo rendevano oggetto di grottesche
chiacchiere che arrivavano sino alle farneticazioni sulla sua
presunta identità di agente della CIA. La capacità malandrina
di sdoganare le avanguardie in ambiti imprevedibili è stata
forse la sua principale cifra espressiva. Basterà ricordare a
questo proposito, il più grande “rock’n’roll swindle” dell’epoca,
il leggendario concerto di John Cage che organizzò al Teatro
Lirico di Milano nel 1977. Premessa: erano anni che l’Italia
era stata completamente tagliata fuori dal circuito dei tour dei
musicisti rock. Una situazione unica in tutto l’occidente, venutasi
a creare per la stramba sopravvalutazione di quel genere
musicale da parte del potere e delle forze antagoniste. Si
parte nel 1971 con le furiose cariche della polizia a Milano ai
concerti dei Led Zeppelin e dei Chicago, e si finisce qualche
anno dopo con il palco dei Santana fatto saltare con le bottiglie
molotov. Dagli assalti ai forni di manzoniana memoria
agli assalti ai palazzetti dello sport, dalla tragedia alla farsa. In
mezzo ci sono stati decine e decine di concerti trasformati in
campi di battaglia (dalle manganellate e i lacrimogeni delle
forze dell’ordine) o in tribunali del popolo (con le autoriduzioni,
le ronde “antifasciste” e processi proletari contro i musicisti
“servi dell’imperialismo”). L’azzardata idea controculturale che
la musica rock fosse – a prescindere – rivoluzionaria e che i
poveri suonatori (che con poche eccezioni aspiravano più
alla hit parade che alla presa del Palazzo d’Inverno) dovessero
collettivizzare il proprio lavoro suonando gratis per le
masse, spinse i promoters a cancellare qualsiasi data nel
nostro paese. Chi poteva permetterselo andava a Zurigo o
Monaco, gli altri dovevano accontentarsi della merce taroccata
(i mediocri gruppi indigeni spesso patetici cloni di quelli
anglosassoni). Il concerto di John Cage al Teatro Lirico di
Milano, fu un’astuta trappola tesa da Gianni Sassi ai danni di
un pubblico che si aspettava di assistere ad uno spettacolo
di musica. Nessuno si aspettava di dover interpretare uno
psicodramma collettivo e di partecipare ad una delle ultime
grandi rivolte d’arte del Novecento. Autoriduttori, autonomi,
fans di musica pop in crisi di astinenza, accorsi in gran
numero si trovarono davanti un vecchietto – privo di qualsiasi
appeal da rock star – seduto ad una piccola scrivania in un
angolo defilato dell’enorme palco. Leggeva da una pila di
fogli, illuminato da una triste abatjour, una serie di fonemi e
brani incomprensibili tratti da Walden di Thoreau, avendo
come unico effetto speciale qualche diapositiva minimalista
proiettata alle sue spalle. Era lo spettacolo Empty Words e
più che una performance di avanguardia, pareva una riuscita
rappresentazione di Geppetto nel ventre della Balena. Cage
lesse ininterrottamente per quasi tre ore, suscitando panico e
sconcerto nel pubblico. Il palcoscenico venne preso d’assalto
tra fischi e urla. Artistoidi e danzatrici improbabili, decisi ad
approfittarsi della location e del pubblico già servito, si azzuffarono
per occupare la scena. Poi gli hooligans dell’autonomia
rubarono gli occhiali a John Cage, gli spernacchiarono
nelle orecchie, lo insultarono con cori di “scemoo, scemoo”
(uno dei leit motiv della dialettica dell’epoca), gli spensero la
luce dell’abatjour, gli sottrassero dei fogli lanciandoli per aria.
Era dai tempi dei futuristi che una performance artistica non
scatenava una bagarre così violenta. Cage, magnifico e
imperturbabile, come un monaco in meditazione davanti alla
tempesta, felicemente determinato, portò a termine la sua
missione/provocazione, offrendo una grande lezione di stile e
civiltà, di gioia e rivoluzione.
Un personaggio trasversale
di Massimo Tantardini
Io credo che l’uomo sia corpo + memoria. A volte si
aggiunge l’anima e purtroppo sempre c’è il fatto del tempo.
Il tempo sembra contrastare in merito alla memoria di certa
gente smarrita, incapace di mettersi in discussione che
diventa aggressiva e crolla quando capisce – ma non
ammette – che esistono persone capaci di agire liberamente,
che si emozionanano costruendo bellezza. Il destino
di questi straordinari uomini è di essere nell’immediato
dimenticati. Gianni Sassi secondo me appartiene a questa
non categoria di individui. Forse perchè come tutti i grandi,
mentre vivono, non è la storia ciò che li riguarda.
L’idea di inserire in Inside uno speciale su Gianni Sassi è la
parte di un progetto editoriale più articolato al quale stiamo
lavorando: la realizzazione e la pubblicazione di una monografia
a lui dedicata, in collaborazione con Viaviana Bucci
creatrice del sito www.giannisassi.org, Adriana Braga compagna
di Sassi e con gli artisti amici di questo trasversale
personaggio.
Ogni uomo è vivo finché c’è un uomo che si ricorda di lui.
Per questo vogliamo rendere omaggio al suo lavoro storicizzando
la sua figura. L’editoria ha senso quando rende
pubblico un valore che ancora pubblico non è, rendendolo
fondativo.
Ho una particolare attenzione per i personaggi trasversali, per
quel genere di individui che non trovano una definizione e
una collocazione immediata nel linguaggio comune che non
possono cioè essere classificati creando quindi un certo
sgomento nel gregge sociale. Gianni Sassi non è definibile in
modo sintetico, egli fu grafico, art director, editore, promotore
culturale, organizzatore di eventi, artista, imprenditore, autore...
tutto contemporaneamente e – come ho scritto per Pier
Paolo Pasolini – senza conflitti di interesse.
Egli inventa una forma grafica che modifica l’immaginario
collettivo dagli anni sessanta a tutti gli anni ottanta. I suoi
lavori arricchiscono l’estetica urbana, l’affissione pubblicitaria
diventa con lui un elemento decorativo e identificativo di una
città. L’intervento di Sassi dona identità ad uno spazio urbano
anzichè renderlo anonimo, esistono nella sua creatività una
personalità e un’impegno tali da trasformare le sue campagne
di comunicazione in una questione culturale; cioè in una
fonte impossibile oggi da ignorare per ricostruire una parte
del tessuto connettivo sociale, architettonico e antropologico
di un certo momento del nostro secolo.
Molte persone, pur non sapendo chi sia Sassi, hanno fruito
per anni quotidianamente dell’immaginario che egli creava
con libertà e altruismo. Egli appare come uno degli ultimi
maestri della cultura dell’immagine, capace di creare una
grafica che non sia minimale, subliminale, furba, bensì
diretta, chiara e portatrice di bellezza e contemporaneità,
come la poesia. Il mio parere è che sia stato una sorta di
poeta capace di esprimere la sua poesia con un mezzo
espressivo differente da quello dei versi.
Da inequivocabile anticipatore di tempi seppe coniugare
espressione e comunicazione trasferendo questa sensibilità
agli artisti con i quali lavorava e con i quali condivideva passione
e amicizia. Non credeva assolutamente nel lavoro da
solista, comprendendo, in tempi non sospetti, come la creatività
sia il luogo dove nascono le idee che per essere realizzate
hanno bisogno di un’équipe (che oggi chiamiamo
lavoro di gruppo o team work).
Quando osservo il suo lavoro cerco di immaginare da dove
provenisse la sua ispirazione la sua capacità di segliere una
cosa piuttosto di un’altra. Ritrovo in lui un’idea di scelta di
matrice esistenzialista e questo mi colpisce molto. L’idea di
scelta che Jean-Paul Sartre definisce chiaramente nel suo
l'existentialisme est un humanisme quando scrive di un’ipotetico
incontro con un suo allievo che interrogando il maestro
su quale fosse la giusta scelta di fronte ad un dilemma rispondeva:
“sei libero scegli cioè inventa”. Trovo in Sassi
questo gusto di mettersi in gioco, di scegliere, di inventare, di
creare idee, indipendente dalle mode, dalle tendenze da ciò
che convenga, anche semplicemente per vedere come
andrà a finire. Libertà, passione, entusiasmo altruismo, lungimiranza,
genialità.
Gianni Sassi è anche colui che in Italia per primo comprese
l’importanza di quella che oggi conosciamo come l’ultima
delle avanguardie storiche del ‘900, il Fluxus. Si pensi anche
solamente alla performance di John Cage da lui voluta al
lirico di Milano nel 1977...
L’universo di Gianni Sassi è un universo multisensoriale: da
ascoltare, da guardare, da gustare, da sentire; un universo
fisico e metafisico fatto da corpo e da memoria dove anche
il corpo è memoria. Egli deve assolutamente occupare il
posto centrale che merita nella cultura internazionale, pur
avendo vissuto in un paese come l’Italia che ha sempre
mostrato di soffrire di patologie molto gravi per quanto
concerne la memoria storica.
Gianni Sassi fu un artista capace di distinguere l’estetica
dall’estetista (come ancora alcuni docenti e intellettuali non
riescono a fare), insegnò come nell’arte sia determinate che
comunicazione ed espressione non debbano essere scisse
e fu capace, come tutti i grandi, di lasciare che il proprio
lavoro si trasformasse anche in una chiave di interpretazione
del sociale cioè in una fonte storica.
La storia di Sassi credo che debba ancora essere trascritta.
Rendere pubblica la verità – ammesso che esista – implica
uno sforzo da parte di artisti, scrittori, editori, poeti di tipo chirurgico-
odontoiatrico. Si tratta di una vera e propria estrazione
fisica dell’emozione della notizia, che abbatte quel mito
di matrice borghese-massone secondo il quale la verità è
beeene che rimanga nel non-detto.
da Inside: rivista di cultura contemporanea, anno 4 n.12 - autunno 2006 (pp. 48-53)
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