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Gli Skiantos, Gianni Sassi e le canzonette.
Parla Roberto "Freak" Antoni
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Antoni - Io condivido il disprezzo per il genere demenziale che leggo qui a
pagina 20 dell'autorevole mensile InSound... "insano sound"... (Roberto ha
letto la recensione dell'ultimo disco degli Skiantos a firma Gigi Marinoni
sul num. 7 di InSound, NdR). Condivido questa presa di posizione avversa al
demenziale perché "demenziale" è diventato ormai un aggettivo che indica
cose abbastanza difficili da sopportare, indica una goliardia un po'
faticosa. Però, nelle intenzioni degli Skiantos, ai quali attribuisco e
rivendico l'invenzione del demenziale, anche se non è una grande invenzione
e non è una gran qualità, c'era qualcosa di surreale e intrigante. Quando
pensarono al demenziale, gli Skiantos pensarono a qualcosa di più radicale e
di più caustico, invece con l'andare del tempo "demenziale" è diventato un
sinonimo di barzelletta da bar. Noi volevamo fare cose un po' diverse! Io
credo che la barzelletta da bar appartenga di più a Elio e Le Storie Tese,
proprio come esercizio e produzione letteraria, che paga in termini di
risultato popolare e notorietà. Soprattutto paga questa patente di bravi
musicisti, che li autorizza a essere quello che sono. Gli Skiantos da parte
loro non hanno mai voluto essere particolarmente preparati dal punto di
vista tecnico e tantomeno essere dei virtuosi: non ci interessava la perizia
tecnica, ma ci ha sempre premuto la comunicazione come fine principale. Mi
piacerebbe fare un paragone con un gruppo storico che a me è sempre piaciuto
moltissimo, i Ramones, i quali sono sempre stati criticati e snobbati dai
cosiddetti musicisti con la "M" maiuscola perché facevano dei bicordi. In
realtà, io credo che i Ramones siano stati fondamentali per la storia del
rock e la sua evoluzione: hanno inventato la sintesi perfetta della canzone
rock e il loro live act lo testimonia. I Ramones facevano sempre la stessa
canzone, perché il rock in fondo era sempre la stessa minestra, dove si
innestava su un rumore di fondo una voce molto romantica. La sintesi dei
Beatles e dei Rolling Stone nei tre minuti della canzone: trovo che siano
stati geniali, nonché la quintessenza della canzonetta di strada.
IS - Tu hai introdotto nella musica italiana una parola più rivoluzionaria
di "demenziale", che è la parola "intelligenza", quando hai proclamato: "Non
c'è gusto in Italia a essere intelligenti".
Antoni - La musica popolare intesa come canzonetta, come produzione musicale
pop-rock, è una dimostrazione di intelligenza. Credo sia importante
rivalutare le canzoni, perché sono fondamentali, sono il bagaglio culturale
condiviso di un popolo: è inutile snobbarle, fanno parte del nostro vissuto.
Mi riferisco alle cose migliori di Battisti-Mogol, di Gino Paoli, di
Fabrizio De André Anche se gli Skiantos non hanno mai amato i cantautori,
abbiamo apprezzato, per esempio, le cose migliori di Paolo Conte. Queste
canzoni sono importanti.
IS - Quando non sono retoriche... Una volta a Milano faceste sentire un
brano di Bertoli sottolineandone la straordinaria pesantezza retorica,
mettendo proprio a nudo questo aspetto.
Antoni - È vero. Credo che Bertoli non ce l'abbia mai perdonato (se mai lo
ha saputo). In effetti, i cantautori spesso ci hanno regalato perle di
canzoni, sia dal punto di vista del testo che da quello musicale, ma spesso
ci hanno propinato anche molta sbobba retorica. Invece, una canzone
intelligente è quella che riesce a dribblare tutti i paletti della retorica
e a passare indenne dal campo minato di tutte le frasi fatte, delle immagini
viste e riviste e risapute. Quando una canzone è riuscita, ha un effetto
straordinario, perché può dire cose nuove su un argomento vecchio come
l'amore, o su argomenti imprevisti. In fondo, la canzonetta si porta dietro
tutto il sentimento popolare. È più potente di altri mezzi di comunicazione,
ha una potenza straordinaria.
IS - Tu queste cose le dicevi già venticinque anni fa. Oggi la canzonetta è
accettata come forma di comunicazione. Com'è cambiata la possibilità di
parlarne?
Antoni - Oggi la canzone è entrata di diritto nelle Accademie e se ne può
parlare tranquillamente. D'altronde, era impossibile non accorgersi della
sua forza e della sua diffusione. Ormai la canzone fa parte del patrimonio
culturale. Qunado io feci la tesi di laurea al Dams sui Beatles, le cose non
erano così scontate. Nel suo piccolo, il mio era un gesto di provocazione,
perché i Beatles non sembravano un argomento cattedratico, non sembravano
degni di una tesi di laurea. Io ho avuto la fortuna di avere come professore
Gianni Celati: con lui la definizione di "genio" non è sprecata, figurarsi
che adesso insegna letteratura anglo-americana agli Inglesi stessi. Fu
proprio Celati a dirmi "Se hai tanta passione per i Beatles, perché non ci
fai una tesi sopra?". Era l'anno '76/77 e io mi laureai nell'agosto '78: ci
misi un anno a scrivere la tesi, perché la ricerca sull'argomento mi
appassionò talmente tanto che andai a cercare del materiale di ogni tipo. Fu
davvero un'esperienza esaltante per me. L'ho già detto molte volte, per me
il Dams è stato straordinario e non ho fatto nessuna fatica a farlo, perché
a me piaceva talmente tanto documentarmi su quegli argomenti che avrei
studiato anche il doppio, non mi pesava per niente!
Per tornare alla canzone, oggi è più facile parlarne anche nell'ambito della
ricerca universitaria, si fanno spesso tesi di laurea sui cantautori. Noi
Skiantos non li abbiamo mai amati per il loro vezzo (o vizio?) di scivolare
sulla retorica, però riconosciamo l'importanza delle loro canzoni più
riuscite.
IS - Quando dici Skiantos parli proprio di un modo di pensare così uniforme?
Antoni - Naturalmente ci sono sfumature anche nello Skiantos-pensiero. Non è
tutto bianco o tutto nero, ci sono nuances, sfumature, zone di grigio. Però
quando iniziammo avevamo un certo odio viscerale per i cantautori e il
cosiddetto "messaggio". Voi ricorderete che il messaggio era diventato un
obbligo asfissiante, bisognava fare le canzoni con il messaggio, sennò non
eri un intellettuale organico, ma eri un reazionario, un qualunquista. Poi
c'è stata la liberazione dalle catene della schiavitù del messaggio e oggi
ci troviamo invece in una situazione in cui faccio molta fatica a
riconoscermi. Non è per fare il nostalgico, ma gli eccessi degli anni
Settanta mi sembrano più interessanti e stimolanti di certi vuoti del tempo
presente. Almeno allora c'era una ricerca, una certa voglia di fare. È stato
poi il movimento studentesco ad accorgersi che la situazione era eccessiva e
che l'obbligo assoluto all'impegno politico era asfissiante. Oggi, però, ci
troviamo in un deserto di impegno e di entusiasmo: il deserto dell'ideologia
fa venire a mancare un certo tipo di impegno. Anche se ci sono alcuni
giovani musicisti "politici".
IS - Come vedi il percorso editoriale sulla musica? Oggi mancano tentativi
come Frigidaire, Musica 80, eccetera, dove anche tu scrivevi.
Antoni - Oggi mi sembrano tutti progetti preparati a tavolino. Il fine del
prodotto editoriale si individua fin dall'inizio. Invece, noi facevamo,
pieni di entusiasmo, e poi vedevamo come andava. Se il progetto piaceva, si
continuava, altrimenti si sperimentava qualcos'altro. Oggi c'è una
smaliziatura totale e sono proprio curioso di vedere dove ci porterà, non
solo a livello musicale.
IS - Però c'è anche una sorta di ritorno d'interesse per quegli episodi
spontanei degli anni Settanta che poi hanno lasciato il segno, penso agli
Area, per esempio. Non trovi che alcune fasce di giovani cerchino di
recuperare la musica come parte di un progetto differente?
Antoni - Forse sì, c'è questo tentativo di ritorno all'impegno, anche se
ancora agli albori. In realtà, c'era da aspettarselo, per la legge dei corsi
e ricorsi storici. Non poteva continuare ancora questo deserto di ideologia,
questo disimpegno a oltranza. Mi aspettavo questo ritorno, soprattutto dopo
il cambiamento totale degli ultimi anni: è cambiata la tecnologia,
l'approccio con le macchine, l'altà fedeltà, la registrazione. Adesso
sarebbe impensabile per i ragazzi fare quello che facevamo noi nel '75/76,
cioè registrare le cassettine fatte in cantina e distribuirle alla buona. I
nuovi mezzi tecnologici permettono un altro tipo di approccio e altre
modalità di azione, più facili, perciò è più facile anche un ritorno
all'impegno. Oggi l'approccio dei ragazzi è molto tecnologico e molto
consapevole. Mi piacerebbe che ci fosse una grande voglia di creatività, un
maggiore coraggio, una grande voglia di rischio creativo. Ecco, mi
piacerebbe vedere meno calcolo e più voglia di rischio da parte dei ragazzi.
Un minimo di calcolo è normale, perché i ragazzi non vogliono essere
sprovveduti, come magari eravamo noi, non vogliono essere ingenui. Vogliono
essere, giustamente, informati su tutto. Mi piacerebbe che ci fosse più
sperimentazione, più spregiudicatezza, più coraggio!
IS - Trovi che gli Area possano costituire l'esempio giusto in questo senso?
Antoni - Sugli Area ci sarebbero troppe cose da dire. Molto spesso ho
pensato a Gianni Sassi con nostalgia. Io ho parlato molte volte con Patrizio
Fariselli, con tutti gli altri Area, anche dello stesso Gianni. Voi sapete
che lui trattava tutti allo stesso modo, non dava soldi a nessuno, prendeva
i soldi dalla vendita dei dischi e li riciclava. Ai tempi aveva suscitato
molte critiche e molte perplessità. Però, quando ripenso a lui oggi, mi
manca. Mi manca la sua intelligenza, la sua cultura. L'unico che seppe
valorizzare gli Skiantos fu proprio lui, l'unico che seppe come
indirizzarci, perché era un intellettuale, non era un discografico, era
semplicemente un intellettuale prestato provvisoriamente alla discografia.
Gianni Sassi fu veramente avanti. Io sono un po' arrabbiato con me stesso
per averlo criticato, per aver diffidato di lui in alcune circostanze, per
averlo tenuto un po' a distanza per la mia timidezza. E adesso mi manca,
adesso farei molti discorsi con lui e andrei giù pari, dicendogli
apertamente tutto quello che penso. Allora ero molto trattenuto, perché in
fondo era il discografico, anche se era un discografico sui generis (o "sui
Genesis", come diceva lui). Con Gianni Sassi ho perso un'occasione, avrei
potuto chiacchierare di più, perché era un uomo aperto, curioso, con cui
potevi parlare di tutto. Avrei potuto fargli tranquillamente le mie critiche
e lui mi avrebbe senz'altro risposto.
IS - Forse oggi mancano proprio questi personaggi tipo Gianni Sassi, no?
Antoni - Sì, mancano questi personaggi che esistevano nella scena degli anni
Settanta, questi intellettuali che rischiavano. Vorrei insistere sul
concetto di rischio: vorrei vedere nei ragazzi più voglia di sperimentare e
ribaltare lo stato delle cose. Ho lavorato con i Pay, mi piacciono molto
proprio perché si assumono dei rischi. Eppure, mi piacerebbe che ci fossero
gruppi ancora più radicali. Tornando ai Ramones, loro ebbero l'illuminazione
della musica di strada e oggi sono presi a modello da tanti gruppi. Però mi
piacerebbe che oggi ci fosse qualcosa di più radicale rispetto a tutti i
gruppi che oggi imitano i Ramones, che si andasse oltre a quello che hanno
già fatto loro. Capisco la grande tentazione di imitarli, ma si tratta di un
tributo. Per carità, i tributi vanno benissimo, ma bisognerebbe cercare di
andare oltre. Oggi ci sono moltissime band che fanno tributi, non solo ai
Ramones, ma anche a Vasco Rossi, U2, eccetera, che non ne hanno
assolutamente bisogno. Una volta che hai fatto tuoi gli strumenti di base
che preferisci e che rispondono alla tua attitudine, poi devi rischiare,
magari ti prendi dei fischi, ma vale la pena provare a battere altre strade,
sconosciute, per il gusto di provare.
Articolo di Claudio Chianura da "In Sound" n. 12 - dicembre 2006
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